Oct
21

Confessioni di un satanista

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Esistono anche Satanisti che non si riuniscono in gruppi, non praticano la magia e vedono nei culti creatisi sulla scia di LaVey associazioni che travisano l’intento principale della filosofia Satanista.

Costoro pensano che il cammino di perfezionamento personale sia una strada che debba essere percorsa in solitudine, alla ricerca continua di nuove esperienze e conoscenze che possano completare la propria esperienza di vita sul cammino della verità. Questi studiosi solitari credono che il fatto di riunire la propria filosofia in gruppi religiosi o associazioni simili che riconoscono una autorità come “capo spirituale” o “maestro” sia un grande errore. Significherebbe andare contro il principale concetto del Satanismo, cioè la ricerca della libertà individuale. Seguire un capo, per quanto illuminato possa essere, è contrario a questo importante precetto, anche se egli potrebbe essere stimato.

Nei confronti del divino, una piccola parte di questo tipo di Satanisti si considera atea, anche se l’agnosticismo è la posizione più diffusa.

Spesso i praticanti di questa versione di Satanismo scevra di componenti religiose e di rituali magici viene ignorata dalle statistiche e dagli studi degli esperti. Questo succede principalmente perché queste persone sono molto schive e temono di presentarsi come Satanisti per colpa dei pregiudizi della gente, che associa immediatamente tale definizione a “messe nere” e sette di carattere violento e antireligioso. Inoltre il rifiuto tassativo di riunirsi in gruppi fa ovviamente in modo che le loro credenze abbiano minore impatto e vengano considerate più delle bizzarrie che elementi di una solida filosofia moderna.

Wikipedia, satanismo

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Oct
09

Lo specchio

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Le giornate a scuola sono di una lunghezza esasperate, considerato poi che sono stato abituato per due anni consecutivi ad avere solo cinque ore, mentre ora, ne ho sei tre volte a settimana, la questione si tinge sempre più di un grigio tragico.

C’è però, un però, infatti in questi momenti riesco a soddisfare il mio hobby preferito: il guardare la gente, cosa fa e i loro visi mentre compiono determinate azioni (di questo mio hobby parlerò più specificatamente in futuro), osservarne le smorfie di sofferenza e di gratitudine.

Ieri, un mio compagno, aveva un piccolo specchio. Uno di quelli che le ragazze, se non se lo portano appresso, vedono svanire la loro popolarità in un soffio, dopo tutta la fatica occorsa per conquistarsela. Serve a detta loro ad eliminare le minacce di brufoli giganti, stroncare la povera vita di questi pus sul nascere. Dicevo, questo ragazzo aveva uno specchio, lo fissava e questi sembrava fissare lui. Erano entrambi compiaciuti, il suo viso si contorceva nelle più bizzarre maniere, quasi a sfidare la capacità elastica dei muscoli facciali. Dopo qualche po’*, lo chiudeva, appoggiando lentamente lo scomparto superiore sopra quello inferiore. Ancora, qualche po’ dopo, lo riapriva, e lo fissava nuovamente. Ancora e ancora, come se dentro quello specchio fosse nascosto un nuovo mondo, qualcosa di affascinante che sarebbe una blasfemia non osservare.

E dire che io in quello specchio vedevo solo le macchie delle ditate, niente più.

*: un po’ è la misura del SMD, ovvero il Sistema di Misure di Diego, varia da circa 10 secondi a 13.5 minuti. Attenzione, la corrispondenza non è casuale, ma dipende da fluttuazioni quantistiche che i fisici non hanno ancora scoperto. Io si, per sbaglio.

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Sep
04

Perché ho dato contro Help2.0, e tuttora resto di quel pensiero

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I pregiudizi sono stupidi, infantili e il più delle volte sbagliati. Sennò non si chiamerebbero pre-giudizi. Si valuta un qualcosa solo dal suo più esteriore apparire, o dall’erronea convinzione di base del valutatore, fatto sta però, che i pregiudizi sono una forma di difesa, piuttosto radicata nel nostro cervello, che, considerato che l’evoluzione non li ha ancora eliminati, penso in qualche modo ci siano utili.

Non bisognerebbe mai curarci dei pregiudizi, quindi, perché il curarsene sarebbe quanto di più infantile possa esserci a questo mondo, superato forse, solo, dai pregiudizi stessi.

C’è una cosa, nata da poco, che si chiama Help 2.0. Vorrei poter dire due paroline sulla scelta del nome, parola inglese corredata da due numeri con poco senso, per un’iniziativa che mira al pubblico italiano, e del pubblico italiano vuole trarne la forza. Non dirò queste due paroline, sono altre le cose che mi premono. Io ho espresso un mio pregiudizio su questa iniziativa, loro ne han detto uno su di me. Perché il fulcro del mio intervento era che, nonostante tutto, vedere linkare da parte di molti blogger nostrani un blog che parla di cose che verranno dette, verranno fatte, mi sa molto di grande cazzata, e m’assomiglia tanto alle lodi che si fanno ai politici, ai loro programmi.

Loro, hanno frainteso il mio intervento. Io ho solo detto di chiarirmi cos’era questa cosa, loro non mi hanno neppure risposto, ma va beh. Lasciamo perdere. Ora l’obbiettivo dell’iniziativa è stato svelato, tutto è stato estratto da quel contenitore in vetro dove era riposto, e dicono di voler aiutare e fare una sorta di beneficenza. Dicono che non possono salvare tutti i bambini del mondo, allora si limitano a salvarne uno a cui servono poco più di ventimila dollari.

Tutto questo mi sembra un pensiero fascista. Perché si deve salvare un bambino da una malattia (che si riproporrà, e serviranno altre montagne di soldi da spendere per altre persone) quando con gli stessi soldi possiamo salvarne (anche se solo in maniera temporanea) cento, magari anche di più? Potremmo fare ugualmente una raccolta fondi e comprare dell’acqua potabile a dei villaggi, così non insorgerebbero nei loro abitanti tante malattie causate dalle schifezze che si trovano nei loro acquedotti. Ammesso che li abbiano.

Chiaro, mi farebbe piacere che quel bambino guarisse. Ma mi farebbe ancora più piacere se ne guarissero altri 100, al suo posto.

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Jul
15

Non è mica un videogame

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Stasera sono uscito, un po’ come sempre, ma sono uscito con un’altra compagnia, mi capita poche volte. Gente nuova, mi pareva, non è durato granché però, quegli sconosciuti presto ho dovuto iniziare a chiamarli diversamente, ché sconosciuti non erano più.

Sono stato all’anniversario della nascita di un mio amico, io non ho mai capito perché la gente festeggia che di solito sei sempre triste, certi lo chiamano compleanno, di un mio amico. Un tipo strano, questo. Era tanto che non mi capitava di stare con un ragazzo così. Mi racconta uno degli sconosciuti, a metà serata, che il ragazzo una volta ha detto ad una sua amica, mentre tutti la guardavano, che aveva un grosso brufolo sul collo. Questa dapprima ride, poi si mette, affannosa, a coprirlo come per nasconderlo. Poverina, ci siam detti, che figuraccia che ha fatto la ragazza, chissà com’era imbarazzata.

Poi mi son fermato un attimo e ho capito che quel brufolo l’avevan visto tutti, tanto era grosso, ma nessuno voleva essere scortese e metterla in imbarazzo. Lui, il mio amico, invece gliel’ha detto, così, senza tanti fronzoli. M’ha detto, finito di raccontare l’aneddoto, lo sconosciuto che il mio amico è fatto così, mica ci pensa lui di mettere in imbarazzo la gente, eppure è intelligente, ve lo assicuro.

Poi, così, mi son chiesto chi dei due sbagliava, il mio amico che ha detto alla ragazza del brufolo, o io, che sarei stato zitto. Sono sempre qui a domandarmelo. Tante volte, non c’è una scelta giusta, non c’è nemmeno una scelta sbagliata. Sono semplicemente due scelte diverse, fin troppo. E così, ho pensato, ci accade sempre, purtroppo. O per fortuna, ché la vita non è mica un videogame. I videogame una volta finiti li rifai, li rifai uguali però, la vita mica è così, per fortuna.

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Jul
12

Il senso della vita

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Ho gli occhi sbarrati. Sbarrati a pensare quanto siamo fragili, fragili come le foglie secche che si sgretolano anche tra le mani di un bebè, per capirci. Siamo veramente di passaggio in questo mondo, ma non riesco ad accettarlo. O almeno, non fino a poco fa.

M’è venuto in mente che anche se te ne vai, qualcosa lasci. A qualcuno. Niente di eccezionale, magari, però qualcosina, volente o nolente, lasci. Metti pure che muori appena nato, meglio ancora, muori in pancia, anzi, tua mamma abortisce per non farti soffrire considerato che lei non potrà mantenerti e vivresti povero e malandato. Ora, qualcosa hai lasciato. Hai lasciato cattiverie alle tue spalle, tua madre che rimprovera se stessa per cosa (non) ha fatto, hai lasciato una donna migliore. Perché è toccato a te di fare una fine così, ma non toccherà più a nessuno. Sicuro. A nessuno.

Tutti cercano lo scopo della propria vita, o si chiedono il perché di quel regalo, per l’appunto la vita, che gli è stato fatto. Forse uno scopo c’è, ma non uno per tutti. Ci mancherebbe. E tanti lo raggiungono, riescono così a dare un senso alle loro vite. Può darsi anche che tu non voglia dare quel senso li alla tua vita, ma glielo dai. È più forte di te. Oppure, succede, che glielo dai per caso. Tante volte poi quando potresti accorgerti che il senso che hai dato alla tua vita era proprio quello giusto, non puoi accorgertene, perché sei morto. Ed è questo il bello, probabilmente. Perché uno muore con l’idea di aver dato un senso alla sua vita. E anche se non gliel’ha dato, non è un problema, perché non lo saprà mai.

Adesso ho gli occhi sbarrati, ma sorrido. Non è che stia ridendo, ma è uno di quei sorrisi che ti danno tanto. E sorrido.

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Jul
09

Malinconia

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Caro lettore, sono stanco e malinconico. Sono appena tornato da una settimana di vacanze dove ho conosciuto un po’ di gente interessante. Però è finita e quello è il brutto. Questo post l’ho scritto dalle 11 a mezzanotte e mezzo, quindi ci potrebbero essere degli errori, ma non curartene. È anche piuttosto lungo e spero che qualcuno lo apprezzi. Magari sarà uno solo, ma mi basta.

***

Come ogni lieta novella, questa storia, la mia storia, degli ultimi giorni, nasce a Rimini. Vacanze si chiamano, ma a me piace non chiamarle vacanze, ma giorni di duro lavoro. Perché in quei giorni li sembra di stare a riposarsi, ma si è sempre occupati, chi per un motivo chi per un altro. C’è chi va al mare, chi si prende il sole in spiaggia, ci sono i ragazzi che prendono il sole coi costumoni giganti a pantaloncini (che metto pure io, tra l’altro) che ti fan venire le gambe di due colori diversi, e chi sta li a vedere quel che succede. Io sono tra questi, certe volte. Il perché non lo sono sempre l’ho già detto. Ci sono stato tanto a guardare, poi mi sono un poco stancato e mi son messo a fare. Ero con Davide, un amico si potrebbe dire, ma è una di quelle persone che non sono parenti miei di primo grado e che io, se gli lanciassero un sasso contro, mi ci butterei davanti. Noi due, ogni volta che si andava a sederci al tavolo, ci puntavamo senza farci notare su un altro tavolino, rosso, dove c’eran sedute tre ragazze e un bambino, noi così le puntavamo, più che altro io, le guardavamo e loro, tante volte, ci scambiavano un mite sguardo. Così s’accennava un sorriso e loro si facevan brillare gli occhi, che come riescono a farlo le donne è un mistero della vita, si facevan brillare gli occhi e noi s’era felici. Era un gioco, a pensarla bene.

Uno di quei giorni li che ci si fissava, c’è stato il fratello di Davide, piccolo pure lui, che s’è fatto amico il bambino con le signorine. E quel giorno li son capitato in piscina, dove si accennavano i primi dialoghi quei due, e anche io mi son fatto amico quel bambino. Sarà stato che io sono più grande di lui e sarà che tutti i maschi ammirano quelli più grandi, sempre, pur cambiandone le motivazioni.

Allora Sabato, il giorno prima che si partisse per il ritorno, è successo che si stava per uscire come tutte le sere prima della discoteca, e abbiam visto quelle ragazze che, come sempre stavano uscendo dalla loro camera. La 300. Così scesi nella hall, dopo poco sono arrivate pure loro. Poi son tornate su, al terzo piano, nella loro camera. La 300. S’è pensato, tutti e due, “guarda queste qui tre, come vogliono farsi vedere”, ma in fondo è tutto un gioco, e stavano giocando a loro modo. È lì che m’è venuta l’ispirazione, ho detto a Davide “via, andiamo su che qualcosa si riesce a fare con quelle li, ci si attacca discorso e ci si passa la serata”. Che imbecilli che siamo m’ha detto, vedi loro, si fanno vedere da noi, dovremmo cadere nella tela, però ad andar su mi sa tanto che si fa noi la figura di quelli che si vogliono far vedere e così si scambia le parti tra uomo e donna, corteggiatore e corteggiata.

Siamo andati su. Ero troppo convinto. Loro erano su delle sedie, nel corridoio, che ci squadravano, pensando di non essere viste. Forse lo sapevano di esser viste, ma comunque era così. Siamo entrati in camera, passandogli davanti. Le abbiamo guardate, riscambiandoci i sorrisini che eran soliti esser scambiati ai tavoli, ma questa volta s’era a poco meno di un metro di distanza. Dentro. In camera, che non sembrava nemmeno una camera per la confusione che c’era, s’è scherzato sul fatto che se le avessimo portate dentro si sarebbero scandalizzate. Dallo schifo. E alla fine, mentre si faceva la conta per chi avrebbe chiesto a quelle ragazze se volessero andare a fare una passeggiata in riva al mare, c’han bussato. C’ha bussato. Ridendo, di disperazione, ovvio, ho aperto, non troppo a dire la verità, e ho visto il bambino del tavolo. Mi sarebbe piaciuto poter dire che son rimasto impassibile, ma non è vero, mi sono sentito imbecille in quel momento, perché lui ci chiedeva se volevamo andare a fare un giro, con lui. E le ragazze. Mi son guardato intorno in quell’attimo e ho visto, che un poco più in la dal bambino, sorrideva una delle ragazze. L’ho guardata, e considerato che non sapevo cosa fare, come sempre l’ho guardata. Questa volta non ho sorriso però. È stato strano, era quasi più imbarazzata lei che me, e io dovevo essere quello più imbarazzato dato che, loro ci avevano addescato e loro ci avevano chiesto di uscire. Sarà stata forse colpa di Francesco, il bambino, che era veramente freddo. Un mito. Così, trovandomi costretto a dir qualcosa, senza neppure sentire il parere di Davide, mi son bagnato le labbra con la lingua, e ho detto di si, ho detto che saremmo andati, ma avevamo bisogno di un minuto per preparare le valige, ché il giorno dopo saremmo dovuti partire.

Siamo usciti, alla fine, la serata è passata bene e ci siamo divertiti. A mezzanotte dovevano rientrare però, così le abbiamo accompagnate. Arrivati alla camera ci siamo messi li fuori ad aspettare che la porta si chiudesse, rimpiangendo quello che non si era riusciti a fare. Poi però s’è visto che la porta non si chiudeva, abbiamo sbirciato e queste qui muovevano la bocca, a dir poco affannosamente, e si sentiva un dialogo piuttosto acceso. Si sono accorte di noi, han chiuso la porta, e io e Davide ci siamo guardati. S’era trovato il momento giusto per far confluire tutti i rimpianti della serata in un accenno di occhi lucidi. Come per piangere. Volevamo piangere, ma si sa che gli uomini non possono piangere. E non si piangeva. La porta, poi si è riaperta. Son venute fuori loro, e come prima ci siamo messi a parlare, di tutto e di niente. Siamo anche entrati in camera nostra con la scusa di mangiare un po’ di marmellata, non per farci qualcosa di strano, ma solo per avere più privacy. Il corridoio non è che sia il massimo della riservatezza, eh. Lì s’era a contatto, stretto, e il nostro rapporto ha subito la stessa sorte, senza mai sbocciare in qualcosa di più di uno sguardo tenero, però. Era come se non si potesse far niente che la madre sarebbe entrata da li a poco. Detto fatto, alle due e mezza, come passa velocemente il tempo in certi momenti, la madre bussa, sempre io ad aprire, era la mamma che diceva che s’era fatto tardi e si doveva andare a letto, o perlomeno, dovevano andare a letto, che era meglio. E ci sono andate, dopo un veloce saluto. Sempre lo stesso sguardo tra me e Davide, che imbecilli che siamo, ci si ripeteva sileziosamente, ognuno per conto proprio.

A quel punto c’è venuto in mente di bussare alla loro porta, mezz’ora dopo, per farle uscire e chiedergli…beh, non si sapeva nemmeno noi, ma non si voleva concludere una serata così bella in quel modo. Abbiamo pure viaggiato per tutto l’albergo per trovare penna e fogletti per scriverci sopra i nostri numeri, casomai si fosse riusciti a farglieli avere. Come sempre, e li quasi mi era venuto a noia, sono stato io a bussare, per poi andarmene con la paura che la madre aprisse. Sono sceso di un piano, rimontato da un’altra rampa di scale ed è successo che ho visto Davide che parlava con queste due, in mutande, e con gli occhi socchiusi. Ci siamo rimessi a parlare. Poi, alla fine, vedendo che le ragazze sembravano molto stufe, o erano molto assonnate, niente più, ma questo noi non si poteva sapere, le abbiamo detto che ci era piaciuta la compagnia e che ci sarebbe piaciuto rivederci, un giorno. Non si sa quando e dove, ma ci piaceva l’idea. E anche a loro piaceva. È successo anche che rientrati in camera, sempre con lo stesso sguardo da falliti, mi arriva un messaggio al cellulare con scritto che alle ragazze sarebbe piaciuto rivederci domattina, e anche se non ne avevano per niente voglia, si sarebbero alzate per la colazione.

Il giorno dopo, siamo rimasti fino alle tre e mezza (di pomeriggio, eh) a chiaccherare, prima ci siamo salutati a colazione, poi dopo son venute anche loro in spiaggia e le abbiamo dato l’addio anche li, poi han deciso di accompagnarci alla macchina. Che gentili. Prima d’andare via i nostri genitori han deciso di mangiare ad un bar, così le abbiamo invitate a mangiare. E alla fine ci siamo salutati, ancora. Ma questa volta era l’ultima.

Fatto sta che io e Davide s’era in macchine diverse, io coi miei e lui con i suoi, e quei momenti mi parevano troppo maliconici. Troppo. Allora mi sono messo a scrivere un messaggio, a quelle ragazze, per ringraziarle di tutto quello che ci han fatto passare, anche se poi, s’è concluso tutto velocemente. Ci saranno stati duemila grazie in quel messaggio e non mi sembravano mai abbastanza. Così son riuscito a parlare un po’ con una di quelle ragazze, mentre ero in macchina. Alla fine, quando avevamo più poco da dirci, sono stato male. Veramente. Mi sono messo anche a dormire, per non pensare a tutto il dolore che avevo in testa. D’un tratto m’è capitato perfino di pensare ad un mio compagno di squadra, che sul banco aveva scritto Panta Rei. Tutto scorre, dovrebbe significare. Solo che più mi convincevo che tutto -inevitabilmente- scorre più stavo male. E sto male anche ora.

Mia nonna mi dice sempre che ogni male, psicologico e fisico, ad un certo punto della vita smette di farsi sentire, la smette di rifarsi vivo. È un bene, in quei momenti, perché non ci pensi più e stai meglio. È un male, in quei momenti, perché non ci pensi e, considerato che il dolore viene sempre da qualche cosa, rischi di sbagliare nuovamente nello stesso modo. È un compromesso che abbiamo dovuto sviluppare, credo. Anche se penso che un dolore rimanga, in qualche strato di subconscio, sempre radicato nell’animo di una persona. Che poi quella persona scelga di compiere lo stesso errore o evitarlo, beh, è un fatto suo.

Mia nonna non sa niente di greco, non è mai stata citata da nessuna parte, nè libri nè canzoni nè banchi scolastici, ma ha capito, indipendente da quel filosofo greco, che tutto scorre. Però mai nessuno col compasso scriverà su un banco quel che diceva. Io però si. E pure mio figlio lo farà, se deciderà di ascoltarmi. E se non mi ascolterà si ritroverà un giorno a scrivere panta rei su un banco citando un filosofo che con lui non aveva niente a che fare, io invece a che fare con mia nonna, beh, ci ho.

***

Tanto per quelli che dicono che Twitter è inutile, questo post è nato da alcuni miei messaggi su quel sito. Magari, se non l’avessi scritti li, questo post non sarebbe mai stato partorito dalla mia fradicia (di pensieri) mente. (Messaggi: 1, 2, 3, 4)

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Jun
30

Esser trasparenti

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Ci son giorni che di voglia di scrivere ne hai poca, che sia su un blog, su un diaro o qualche sms, e allora ti metti a osservare il mondo. Navigavo su internet e son capitato su dei siti, di cui ora non ricordo il nome, che fan vedere foto di portatili che hanno come sfondo una foto di quello che c’è dietro a quei portatili, così sembrano schermi trasparenti. Mi son detto, che bello, ora lo faccio pure io.

Inutile dire che non l’ho fatto, perché mi sembrava troppo complicato. Poi, nonostante la pazienza, ho visto che quei portatili non sembravano proprio trasparenti perché c’era sempre qualche particolare che era sfuggito. Mi son detto, io non ce la farei mai allora se non ci son riusciti questi qua, e non l’ho fatto.

Però ho visto. Ho visto che quei portatili hanno tante somiglianze con noi persone, una in particolare, che si cerca di essere trasparenti, in ogni momento. Voglio dire che si cerca sempre di essere al top, di esser bravi belli e simpatici, e per far questo ci si guarda come se fossimo trasparenti. Ci son persone che stanno giornate ad analizzarsi, così, dicono, gli altri ci stanno più insieme. Stanno ore e ore a ripensare a quello che hanno fatto, detto e sentito, e cercano di evitare di rifare le cose sgradevoli, di assumere comportamenti sbagliati. Poi escono e vanno tra la gente e la gente, invece di guardarli, li evita. Perché anche se guardiamo il nostro io, non riusciremo mai a esser perfetti, perché, come per i portatili trasparenti, qualcosa, inevitabilmente ci sfugge. Sappiatelo.

***

Caro lettore, ho da dirti che da domenica a sabato, su questo blog non scriverò più niente, dato che sono in vacanza. Non ti preoccupare se non scrivo, se non twittero e se non compaio mai tra i contatti degli IM, non è che son morto. Guarda, siccome lo so che ci tieni a me, prima di morire un fischio te lo faccio. Anzi, quasi quasi prima di morire scrivo un messaggio su Twitter. Così muoio due punto zero.

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Jun
22

Una storiella per finire la giornata

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C’era una volta un ometto, uno di quelli che a vederlo non gli daresti neppure una lira, infatti io non gliela avrei data, c’era un ometto che si divertiva, diceva lui, a non pensare. Questo ometto qua, si divertiva a girare per il paese, senza fare niente e sembrava che il suo sguardo, assorto, fosse perennemente puntato nel vuoto. Solo che gli occhi gli giravano, anche lui girava ma gli occhi giravano ugualmente, non si fermavano mai. Era così perso nel vuoto che non gli avresti dato neppure una lira.
Ad un certo punto, presi dalla curiosità, i popolani che vedevano quest’ometto tutti i giorni girare, si decisero a chiedere spiegazioni, un argomento in più per le nostre pettegole, dicevano gli uomini, anche se agli uomini metteva paura. Erano così presi dal voler capire qualcosa di più su quell’ometto che nessuno aveva la benché minima voglia di parlarci, forse per la paura o forse per qualcos’altro, si pensava.
C’era, in un angolino, un ragazzo, che era noto ai popolani per la sua stranezza, le pettegole dicevano che era figlio dell’ometto anche se nessuno sapeva in realtà da chi era venuto fuori. Questo ragazzo, si alzò in piedi e disse: “Io non ho paura”. Stupiti, gli uomini, dopo qualche attimo e qualche occhiata si misero a ridere. “Di che non hai paura?” chiesero al ragazzo incautamente e lui, come se le risate non l’avessero nemmeno riguardato, replico: “Io non ho paura”. Lo presero per pazzo e le voci su di lui che fosse il figlio dell’ometto si fecero sempre più convenienti, tanto che uno se ne uscì, non l’avesse mai fatto, sghignazzando delle parole: “Te, m’è giunta voce che per il tuo comportamento ti chiamano tutti come se tu fossi il figliolo dell’ometto, io son d’accordo, però non si può essere mai sicuri delle cose finché non se ne ha la certezza assoluta, comunque, perché non ci vai te a parlare con l’ometto, tanto te non hai paura. Dico bene?” Non l’avesse mai fatto. Il ragazzo se ne uscì dalla sala, accennando un sorriso, diretto verso la casa dell’ometto, quello tutto strano.
Apparve di soppiatto l’uscio e un ometto, l’ometto, ancora prima che il ragazzo potesse bussare, gli aprì. I due si guardarono, gli occhi parevano occhi di due che si conoscono già da un pezzo e il ragazzo entrò.
Quando tornò al villaggio, il ragazzo fu accolto da stupore, unito ad un poco di terrore, come era normale aspettarsi. Non era da tutti infatti avere il coraggio di parlare con l’ometto, ammesso che ci avesse parlato. I popolani più, la crema, per intenderci, quelli che facevano gli snob e comandavano pure, provarono a parlare col ragazzo, ma dopo qualche momento di indecisione cominciarono a sbeffeggiarlo. Il ragazzo non parlava più. Disse solo delle cose che non tutti riuscirono a capire, ma più o meno era queste: “Bisogna darsi da fare, per potersi dire vivi. Solo allora capirete il perché del mio comportamento, perché non parlo.” Sembrava un rebus. Sembrava che il ragazzo, accortosi di quanto erano faciloni i popolani, volesse divertirsi prendendoli, senza tanti fronzoli, in giro.
Così, all’inizio le parole del ragazzo non destarono niente nelle menti dei popolani, ma poco a poco essi cominciarono a pensarci su e chi scrivendo, chi disegnando, chi componendo, seguirono il consiglio, se così si può chiamare, del ragazzo. C’erano anche i facoltosi, che stavano tutto il giorno a disegnare e a scrivere e a comporre su quel che disegnavano e scrivevano.
Passavano i giorni, le settimane, i mesi, i giorni e anche qualche anno.
Stancati, considerato che facevano tanto e non gli tornava indietro niente, i popolani smisero di fare. Smisero di scrivere. Smisero di disegnare. Smisero di comporre. Anche i più facoltosi, quelli che disegnavano scrivevano e componevano su quel che disegnavano e scrivevano smisero di far tutto. Presi dall’angoscia, alcuni cominciarono a piangere, altri si disperavano, i più forti trattenevano le lacrime, ma tutti, in fondo, soffrivano. Soffrivano perché non avevano concluso nulla, mentre il ragazzo come l’ometto era strano, ma felice. Loro, erano normali, ma tristi.
D’un tratto, uno smise di arrovellarsi il cervello, smise di pensare si può dire. Qualche attimo, si guardò intorno, rivide il ragazzo e l’ometto e si uni a loro, che aveva capito perché eran così felici, e l’aveva capito senza pensare, senza scrivere disegnare comporre o altro. Gli era venuto in mente, così, senza fare nulla. Ma gli era venuto in mente, era quello l’importante.

***

Questa storiella l’ho scritta io, mi piace, anche se temo che non tutti la possano capire. O perlomeno, solo in pochi la capiranno come voglio che sia capita e magari non sono nemmeno tra i più intelligenti tra quelli che l’han letta.  Quindi, se non ti è piaciuta, o non ti ha dato nulla, non ti crucciare, offendimi pure ma non chiedermi di spiegartela: il linguaggio è un mezzo complesso, ma non completo. E non mi permetterebbe di spiegarti questa storia. Un consiglio, però, te lo posso dare. Dopo aver letto la storia, prendi una sedia e mettiti in un posto tranquillo, non occorre che ci sia il silenzio assoluto ma nessuno deve chiamarti. Libera la mente, fissati su qualcosa e lasciati andare. Stacci un po’ e vedi se in quei momenti la storia la capisci. Se non la capisci, fa niente, torna in casa, rimetti la sedia a posto e goditi la tua vita. Si vive anche senza capire questa storia, perdinci.

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Jun
19

Acting my age

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Forse è giunta l’ora di tornare a fare quello che tutti gli adolescenti fanno. Mandare sms, giocare alla Playstation e guardare la tv. Che sia chiaro, già faccio tutto questo, ma certe volte sono un po’ schifato dalla grandissima superficialità con cui viene fatto. Con cui tutti i ragazzi vivono, giorno per giorno.Tante volte, provo a guardarmi dal di fuori. Non è facile, ma ci provo. Così vedo un ragazzo, dotato di un’intelligenza nella media, che si diverte a fare il grande. O perlomeno, ci prova, ma poi il divertimento sa tanto di illusione. Un ragazzo che si fa in quattro per essere approvato dal resto del mondo, ma che poi è solo. Tremendamente solo.

Poi, non è che sia un automa geek. Esco anche io, tutte le sere e gran parte dei pomeriggi, vado a giocare tornei di calcetto e sto con delle ragazze (una alla volta, eh, mai stato un playboy). Però tutto questo non mi soddisfa. Come dico sempre io, è come la pasta senza sale. Sciocca e per questo senza dignità.

Succube di un mondo in cui regna l’invidia. Ma il bello è che c’è una parte di questo mondo, quella in cui regna l’intellettualismo, in cui si pensa di essere migliori solo perché ci si è dentro. Cazzate. Non siete né meglio né peggio del resto delle persone, avete solo uno strumento potentissimo, che vi fa sembrare tremendamente più intelligenti. Parlo di voi, blogger.

Così, mi guardo dal di fuori, rientro in me stesso per riflettere e mi riguardo dal di fuori, ancora una volta, tanto per vedere se quello su cui ho riflettuto è veramente così. Ma non è mai così. Allora rientro in me e me ne faccio una ragione, bisognerebbe saper riflettere dal di fuori. Io, però, non ne sono capace. Mi dispiace.

Scusatemi, ma devo andare ad aggiornare Twitter dicendo che sto uscendo con gli amici, così prendo due piccioni con una sola (e misera) fava. Arrivederci.

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Jun
08

Contro le Crocs, contro le pecore, contro il sistema

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 [Oggi mi sento punk]

Ora Dema, blogger esperto del celopiùlunghismo ;) , s’è messo a fare regali. Regali abominevoli, su questo siamo sicuri, ma son sempre regali. Dema nel suo ultimo post ha messo un video, piuttosto sarcastico e simpatico, nel quale senza tanti fronzoli attacca un po’ il sistema di link che si creano tra le blogstar e lo penetra, sempre con lo stesso metodo: te mi dai un link e io ti do qualcos’altro.

Che abbia puntato al cuore della blogosfera è sicuro, dato che distribuisce ai quattro venti zoccoli di gomma del tutto simili alle Crocs, quindi calzature in.

Perché tanti dicono che i bloggher sono intelligenti, più delle altre persone, ma poi si ricade sulla stessa cagata, sempre la medesima: la moda. La moda dei pecoroni, perché chiariamoci bene, se un paio di scarpe le portano Gaspar e il Beggi saranno simpatiche, ma non per questo diventano belle. Parliamoci chiaro. Fanno cagare.

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May
10

Certe parole… devono esser lette

Filosofia       Share This    Trackback

Certe parole penso che possano fare tanto, che siano lette una due tre volte non importa, il punto cruciale è averle lette.  Poi possono comunicarti un bel niente, così va. Penso però, e qui azzardo, che debbano comunicare un qualcosa, anche se una pagliuzza di emozione. Un ringraziamente va a quella persona che me le ha fatte conoscere. Grazie, ti sono immensamente riconoscente. Ora, leggete.

C’ero una volta io, ma non andava bene. Mi capitava di incontrare gente per strada e di scambiarci due parole, e per un po’ la conversazione era simpatica e calorosa, ma arrivava sempre il momento in cui mi si chiedeva “Chi sei?” e io rispondevo “Sono io”, e non andava bene. Era vero, perché io sono io, è la cosa che sono di più, e se devo dire chi sono non riesco a pensare a niente di meglio. Eppure non andava bene lo stesso: l’altro faceva uno sguardo imbarazzato e si allontanava il più presto possibile. Oppure chiamavo qualcuno al telefono e gli dicevo “Sono io”, ed era vero, e non c’era un modo migliore, più completo, più giusto di dirgli chi ero, ma l’altro imprecava o si metteva a ridere e poi riagganciava.


Così mi sono dovuto adattare. Prima di tutto mi sono dato un nome, e se adesso mi si chiede chi sono rispondo: “Giovanni Spadoni”. Non è un granché, come risposta: se mi si chiedesse chi è Giovanni Spadoni probabilmente direi che sono io. Ma, chissà perché, dire che sono Giovanni Spadoni funziona meglio. Funziona tanto bene che nessuno mai mi chiede chi è Giovanni Spadoni: si comportano tutti come se lo sapessero.


Invece di chiedermi chi è Giovanni Spadoni gli altri mi chiedono dove e quando sono nato, dove abito, chi erano mio padre e mia madre. Io gli rispondo e loro sono contenti. E forse sono contenti perché credono che io sia quello che è nato nel posto tale e abita nel posto talaltro, e che è figlio di Tizio e di Caia e padre di questo e di quello. Il che non è vero, ovviamente: non c’è niente di speciale nel posto tale o talaltro, o in Tizio o in Caia. Se fossi nato altrove, in un’altra famiglia, sarei ancora lo stesso, sarei sempre io: è questa la cosa che sono di più, la cosa più vera e più giusta che sono. Ma questa cosa non interessa a nessuno: gli interessa dell’altro, e quando lo sanno sono contenti.


Una volta c’ero io, e non andava bene. Adesso c’è Giovanni Spadoni, che è nato a X e vive a Y e così via. E io non sono niente di tutto questo, ma le cose vanno benissimo.

*** Ermanno Bencivenga, La filosofia in quarantadue favole

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Feb
16

Il sogno americano

Filosofia       Share This    Trackback

Mi spiegate come fa una mera illusione come il sogno americano a tenere in piedi un paese lacerato dalla sofferenza e dalla povertà come gli Stati Uniti?

Che poi non venitemi a dire che si avvera perché uno su diecimila ce la fa. È troppo poco…

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Jan
22

L’ambiente che ci circonda

Si parla spesso di giustizia, di come attuarla e metterla in pratica, ma soprattutto di come formularla, ovvero come decidere chi sta dalla parte del giusto e chi no.
Su questo - a dir poco - scottante argomento mi sta illuminando un libro di un perfetto sconosciuto, libro che mi ha colpito e si è fatto notare nell’ansiosa attesa della nuova tessera per la biblioteca: “L’uomo artificiale”.
Potrebbe parere un saggio sulla robotica e sulle sue dirette complicazioni, ad un occhio poco attento, ma scritto con un’iniezione di razionalismo ad ogni pagina tratta anche di argomenti un pelino più generali, quali la nascita dell’individuo e la sua formazione. Da non intendersi come mera crescita fisica, ma soprattutto e solo psicologica.
Tralasciando praticamente tutte le altre pagine del libro, non per questo meno importanti ma di cui probabilmente parlerò in futuro, vorrei porre l’attenzione sull’angusto argomento della giustizia e di chi questa giustizia la decide.
Spesso ad attentati terroristici sopraggiungono cori di stupore e di rammarico per quelle povere vittime innocenti, ma presto si manifesta l’ira verso quegli “assassini” e quei distruttori. Sono d’accordo, ma siamo qui e ora confrontiamoci. Nel libro l’autore chiarisce fin da subito che ciò che lui espone - e quindi le sue convinzioni - è solo frutto delle continue influenze esterne che, come una medicina periodica, gli hanno plasmato il carattere e la più intima psicologia, dice quindi con grande talento che se lui stesso fosse nato in un altro posto, con condizioni di vita, familiari e quindi un ambiente totalmente diverso sarebbe stato possibile che tutto ciò in cui ora crede in quel caso credesse il contrario.
In parole più semplici ipotizzando che ci siano due visioni dello stesso argomento, ad esempio la pena di morte, lui ora può credere in una visione, mentre se fosse nato in diverse condizioni sopra citate potrebbe benissimo essere convinto della visione opposta.
Quindi le conclusioni saltano all’occhio velocemente, chi davvero può stabilire una giustizia universale? E anche trovato un personaggio più o meno illustre e/o competente, chi ci dice che ciò che lui pensa sia necessariamente condivisibile? E se qualcuno negasse la sua visione della verità, chi potrebbe stabilire quale sia la migliore?
Vi lascio con queste domande.

Come ultima cosa vorrei fare un ulteriore esempio, per non avere lettori con incomprensioni.
Prendiamo una famiglia cristiana con un figlio, questo ragazzo crescerà con convinzioni strettamente legate al Cristianesimo e quindi sarà contrario all’uccisione, in qualunque forma.
Ipotizziamo però che questo ragazzo cresca in una famiglia satanista, egli verrà istruito alla violenza e lui la considererà giusta a causa delle influenze esterne.

Ora, immaginate di essere cresciuti prima in una e poi nell’altra famiglia e ditemi, è giusto uccidere?

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