Il senso della vita
Ho gli occhi sbarrati. Sbarrati a pensare quanto siamo fragili, fragili come le foglie secche che si sgretolano anche tra le mani di un bebè, per capirci. Siamo veramente di passaggio in questo mondo, ma non riesco ad accettarlo. O almeno, non fino a poco fa.
M’è venuto in mente che anche se te ne vai, qualcosa lasci. A qualcuno. Niente di eccezionale, magari, però qualcosina, volente o nolente, lasci. Metti pure che muori appena nato, meglio ancora, muori in pancia, anzi, tua mamma abortisce per non farti soffrire considerato che lei non potrà mantenerti e vivresti povero e malandato. Ora, qualcosa hai lasciato. Hai lasciato cattiverie alle tue spalle, tua madre che rimprovera se stessa per cosa (non) ha fatto, hai lasciato una donna migliore. Perché è toccato a te di fare una fine così, ma non toccherà più a nessuno. Sicuro. A nessuno.
Tutti cercano lo scopo della propria vita, o si chiedono il perché di quel regalo, per l’appunto la vita, che gli è stato fatto. Forse uno scopo c’è, ma non uno per tutti. Ci mancherebbe. E tanti lo raggiungono, riescono così a dare un senso alle loro vite. Può darsi anche che tu non voglia dare quel senso li alla tua vita, ma glielo dai. È più forte di te. Oppure, succede, che glielo dai per caso. Tante volte poi quando potresti accorgerti che il senso che hai dato alla tua vita era proprio quello giusto, non puoi accorgertene, perché sei morto. Ed è questo il bello, probabilmente. Perché uno muore con l’idea di aver dato un senso alla sua vita. E anche se non gliel’ha dato, non è un problema, perché non lo saprà mai.
Adesso ho gli occhi sbarrati, ma sorrido. Non è che stia ridendo, ma è uno di quei sorrisi che ti danno tanto. E sorrido.
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