Dittature
Mi sento un po’ dittatore ad eliminare i feed dall’aggregatore, come se stessi riscrivendo la storia come piace a me.
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In questa crisi mistica che sto passando, più comunemente chiamata adolescenza, mi ritrovo a dover fare troppe cose. Troppe cose, la maggior parte delle quali inutili (qualcuno ha detto scuola? tranne matematica, storia, filosofia e un po’ fisica sarebbe da buttare) e che mi portano via del tempo che, neanche a dirlo, sarebbe speso più proficuamente solo stando sopra il cesso a meditare della fame del mondo. Perché la fame del mondo, o si stravolge completamente il nostro sistema economico, o non scomparirà mai. Quindi è futile pensare a dei rimedi.
Dandoci a bestia di serendipity (si scrive così?), ha fatto capolino questo post, che mi ha -per un breve attimo- provocato quella strana sensazione che ti porta inevitabilmente ad aprire gli occhi in maniera del tutto innaturale. Dice che gli stanno sul cazzo i blogger che scrivon sul loro spazio come se dovessero inventarsi un nuovo vangelo. Son d’accordo.
Io scrivo così, io sto scrivendo un vangelo in queste pagine. Ci mancherebbe, se così non fosse probabilmente non aprirei nemmeno l’editor per spiccicare qualche riga.
Io mi sto sul cazzo.
L’unica cosa che non mi sta sul cazzo è Hurley, di me.
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Ci sarebbe una pratica da consigliare a tutti i blogger che non scrivono di news e cavolatine, ma che scrivono di cose che ti fan sentire un pochino diverso, intellettualmente parlando, da come eri prima di aprire il feedreader.
Ecco, quei blogger li, dovrebbero schedulare* -mica sempre, ogni tanto- i loro post, cosicché la gente che li legge, anche se magari son cinque soli, ma fa niente, se la sera, dopo mezzanotte, non sa che fare, e si mette a leggere, trova di che sfamare la sua fame da lettura.
Io parlo per me, eh, ma credo sia un sentimento condiviso, sennò mica mi ci mettevo a scriverlo qua sul blog.
*Ovvio che con schedulare intendo schedulare affinché la pubblicazione avvenga sul tardi, diciamo da mezzanotte in su.
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Ho la crisi dello scrittore. Ho la crisi del tumblrer, mi sa. Fatto sta che pure io come molti altri (e sapete benissimo di chi parlo, per dio) scrivo più poco sul blog e mi diletto col tumblr, con Hurley.
E m’è venuta in mente una cosa bella brutta, bella perché l’ho pensata io, brutta perché è una triste verità. L’avete in mente gli spoiler? Se no quando uno ti racconta il finale o certi particolari di un film, una serie tv, e ti rovina tutto lui ti sta dicendo uno spoiler. Ora, che cavolo, i tumblr sono i peggiori spoiler al mondo, perché se fatti bene, non trovi neppure più gusto a leggerti i post del feedreader, che qualcuno t’ha già fatto notare qual è la parte più bella.
Uffa.
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L’avrò già detto, forse più volte, che a me, guardare le vecchie foto, da un senso terribile di ansia. Ho saputo riconoscere nella mia ansia, una piccola variazione rispetto a ciò che si prova normalmente, si dovrebbe provare. Perché a me, del riguardare vecchie foto, non è che mi urti il pensiero dei momenti passati -e andati, soprattutto-, ma succede tutt’altra cosa; io quei momenti mi danno ansia al fantasticare di riviverli, nuovamente, nello stesso identico modo. Che siano piacevoli, o deprimenti poco conta alla fine.
Sarà per questo, a col senno di poi, che sono sempre stato restio a farmi fotografare. Non che non apprezzi l’arte, né che io non capisca quanto può valere quell’istante messo su carta, è sempre stato difficile per dilettanti e professionisti, cogliere un’espressione sul mio viso che potesse trasmettere ad una sola occhiata più cose di quante se ne possano raccontare in un giorno intero.
Il mio subconscio, magari, non ha retto la mia opposizione; mi ha portato in poco tempo ad avere due sensazioni contrastanti e contrapposte, cosicché abbia aperto un blog, perché questo, è un metodo di fotografia, l’opportunità di cogliere la foga del momento e raccontarla.
La mia mente ha deciso di adoperare la strategia del Divide et Impera. Pur facendomi soffrire, sta riuscendo nel suo compito.
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Ci sono blogger che hanno scritto un libro. Altri, perfino, hanno scritto un libro sul blog, portando sulla carta stampata quei pochi bit scritti, in precedenza, e pubblicati su un anonimo dominio *.blogspot.com.
Da tempo, a mio avviso, il modo in cui si usa un blog è cambiato, non radicalmente questo è certo, ma una sottile differenza si intravede: tutto ciò che occupa meno di una riga, se il blogger in questione ne è dotato, viene trasferito dal blog al tumblr. Succede così che, sempre più spesso, scompaiono gli articoli che per scriverli su un quaderno ti sarebbe bastato l’inchiostro che rimane appiccicato al tappo delle Bic, quelle cancellabili. E magari, con un piccolo sforzo di parsimonia, ti sarebbe pure avanzato, così ci scrivevi anche un secondo post.
Non che il tumblr io lo disprezzi, tutt’altro. Dato che non riesco a esprimere ciò che veramente penso, o perlomeno non lo descrivo alla perfezione, e altri molte volte lo fanno (seppur inconsciamente) anche meglio di quanto io stesso potrei esserne capace, considero il mio tumblr alla stregua di un mio piccolo diario personale scritto non da me. Però è mio, perché ci metto quel che scelgo io.
Così, mi viene spontaneo da dire, che io finalmente un motivo per tenere un tumblr l’ho trovato, me ne compiaccio, il tumblr serve infatti esclusivamente a esser poi ripubblicato in un libro. Perché se mai mi decidessi a scrivere un libro, dove posso scegliere di copiare o l’intero contenuto del blog o l’intero contenuto di Hurley, a me, verrebbe spontaneo indirizzarmi sulla seconda alternativa.
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Vi ricordate di twitter-blog? È stata una bella idea, aprire un blog interamente dedicato a twitter. C’ho scritto sopra, “oh, visitatore, guarda che questo è nientemeno che il primo blog italiano su twitter”. Tempo tre giorni, ne ho scoperti altri due. Che recitavano la stessa frase, in home.
Ora, a me non è che piaccia granché lasciare a metà le cose, che poi lo faccia quotidianamente è un altro discorso, potremmo dire allora che il mio mondo ideale sarebbe senza cose lasciate a metà. Ci sono certe cose, però, avendo altre priorità, ti sfuggono. E se te le ricordi imbrogli te stesso fingendo di fartele sfuggire. Per me twitter-blog è stato così.
Ed eccoci arrivati a ciò che candidamente mi frulla per la testa, io al primo che mi promette di tenersene cura, di lavargli i denti e sculacciarlo un po’ (il necessario, eh) twitter-blog glielo regalo. Nome di dominio, hosting, tutto l’ambaradan di Wordpress, i post, i commenti, il posizionamento. Tutto, con l’unica causale del 5%. Il 5 per cento starebbe a significare che mi ritengo possessore del 5% di tutto. Voglio dire, se un giorno il database vi fa dannare, io sono pronto e vi dico il cinque per cento delle bestemmie necessarie a farlo ripartire. Oppure, se un giorno vi faranno causa, vi pago anche il 5 per cento dei debiti. Che poi dobbiate stare accorti quando rientrate a casa, beh, quello è un altro discorso.
C’è qualcuno che questo saldo lo accetta?
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Pur non essendo un grande scrittore avete visto che più o meno giornalmente riesco a trovare qualcosa da scrivere su questo benedetto blog. Non l’avessi mai fatto di aprirne uno, son più i problemi che ti da di quelli che ti risolve. Considerato poi che l’unico problema che risolve, non appieno tra l’altro, è quello dell’egocentrismo, beh, siamo alla frutta. Perché uno apre un blog per vedere quanto vale, di solito, come ho fatto io, ma ti accorgi che il blog come strumento di autovalutazione ha capacità pari di quelle di un Vespino nel deserto del Gobi. Senza benzina, eh, chiariamoci.
Tornando in tema, dicevo che il più delle volte, sfortunaccia vostra, riesco a trovare l’ispirazione, casualmente, così scrivo e vi allieto la giornata. Capita, però, che ci sono dei periodacci dove di scrivere proprio non riesci, o meglio, scrivere non sarebbe il problema, il nocciolo è capire cosa scrivere. Le alternative, in quei casi sono due: uno, ben conscio di perdere tutta quella poca reputazione che col sudore del lavoro ti eri costruito racconti della prima minchiata che vedi, due non scrivi. Solo che se non scrivi, dopo un certo lasso di tempo, la gente ti da per disperso. Sempre se hai la fortuna di avere qualcuno che se lo ricordi, di cercare te. La gente ti da per disperso, senti sempre più pressione e inevitabile sei costretto a ritornare sui tuoi passi e ricominciare dal punto uno.
Beh, io ho scelto un’altra strada: dico io, che questo blog non va in ferie, non perché vado chissà dove spaparanzato su un lettino con gentil donzelle che ruotano il ventre attorno a me attonito, ma, invece, perché non avrei il coraggio di proporvi le minchiate che in questo periodo mi vengono in mente.
A meno che non vi interessi sapere quanto ho bevuto ieri sera, eh. (poi mi son ricordato che sono sotto antibiotici da una settimana e per poco non collassavo…).
(ah, ho scordato, quando mi torna l’ispirazione revoco le ferie)
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Quando c’è qualcuno che ti segue, commenta quasi tutti i tuoi post e ad un certo punto in cui stai male ti scrive qualcosa di positivo, non è una sensazione bellissima?
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Trovo che la scelta del titolo di un post, tranne quelli tecnici, sia una di quelle cose più difficile che ci possano capitare. Perché te ti metti li, tranquillo a scrivere e ti lasci andare, puoi tirar giù due righe oppure venti, mille, non c’è nessuno che ti limita in questo. Sei fermato solo dalla tua stessa voglia, e checché se ne dica, quando uno si mette a scrivere seriamente e ha qualcosa da dire, di sensato, difficilmente si ferma o ha il mal dello scrittore. Può succedere che ti facciano male le dita per i troppi tasti digitati, ma mai il contrario, se mai esiste il contrario del mal delle dita.
Ad un certo punto, però, ti dici basta, ora mi rileggo per bene quel che ho scritto e poi lo pubblico. Così c’è chi velocemente da un’occhiata, chi si riguarda per bene ogni sillaba del suo scritto e chi, come me, questa fase la salta. Alla fine, però, tutti si ritrovano a compiere un’azione delicatissima, quasi come toglier il cuore ad una paziente, tutti si ritrovano a dover inventarsi un titolo per ciò che han sputato dalla tastiera. E son dolori. Perché ci puoi metter tutta la buona volontà di questo mondo, ma comunque a qualche lettore quel titolo non piacerà e salterà a piè pari il post, non sapendosi cosa si perde. Poi non è mica facile dare i titoli ai post, ché devi astrarti al punto da concentrare in una riga tutto un pensiero. E per sfortuna di tutti, o quasi tutti, questa è un’arte che riesce a pochi.
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Capita che non trovi nulla da scrivere per qualche giorno. Solo che ad un certo punto, la mattina del terzo giorno, mi pare, scatta un dannato rimorso che mi porta a scrivere di qualsiasi cazzata che mi capiti o che veda. Il cane spesso mi illumina e mi confida autentiche perle di saggezza, da far invidia ai maestri orientali.
Succede solo a me?
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Ora che il furore è passato, almeno parzialmente, ho un paio di domande da farvi sui Tumblr. Prima però, riepiloghiamo la situazione: i tumblr sono oramai una realtà assestata tra molti blogger (penso non vengano usati dai non-blogger, però smentitemi pure), sono tantissimi quelli che ne hanno aperto uno e praticamente tutti loro aggiornano il proprio spazio costantemente. Perché? Perché esiste un comodo bookmark che si aggiunge alla barra dei segnalibri e permette di far tutto ciò di cui si ha bisogno per Tumblrare con un solo click. Comodo e versatile, quindi.
Detto ciò, passiamo alle domande, ché mi girano in testa già da un po’. Primo, chi legge i Tumblr altrui? Io dico nessuno, o perlomeno una percentuale sicuramente inferiore al 10%. Magari leggete gli appunti di pandemia, phonkemeister, ma sono comunque tutti tumblr di blogstar già affermate. Ad esempio il mio Tumblr conta la bellezza di 0 lettori. Non pensavo così tanti ma è la verita. Forse l’unico esente da tutto questo è .Questo non è un blog. ma lui non conta perché è stato il primo (o tra i primi) a usare bene questo strumento.
Ora che siete caldi, passo alla seconda domanda: ma un Tumblr serve veramente? Risponderete in coro che serve, ma parliamoci chiaro. Un tumblr serve in quei cinque secondi in cui sei folgorato da una frase, un video o un’immagine. Poi finisce tutto li. Avete mai provato, tanto per dire, a ricercare un qualcosa su un Tumblr? È praticamente impossibile trovare ciò che si vuole. Quindi un Tumblr è praticamente un buco nero vestito con abiti eleganti, secondo me.
Io ho dato le mie risposte, ora sta a voi. Fatevi sentire.
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Once upon a time the cat was under the table. I was happy, ’cause he had rough and penetrating eyes. I gave up quickly, it was terrible annoying. He was darker than me, this is the answer.
***
(Leggasi: questa è la nuova frontiera del blogging, scrivere del niente, ma in inglese!)
***
Post scriptum: d’ora in avanti ricomincio a scrivere seriamente, i miei giochetti son finiti. ![]()
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Non sarebbe così difficile a pensarci bene. In fondo, non credo si muoia per qualche tempo senza battere tasto e neppure se non s’aggiorna lo status di twitter.
Io ci ho pensato a lungo e sono arrivato a queste conclusioni. Però, a dirla proprio tutta, togliendomi pure quel peletto sulla lingua che lì alloggia da moltissimo tempo, un po’ ci starei male. Nonostante sappia benissimo che tutti gli amici virtuali non possono assolutamente vantare questo titolo, io, a farmi l’illusione di essere apprezzato per come scrivo, sto meglio. Soprattutto se la giornata non è delle migliori.
Così mi rifugio in un angolino, che voi sapete bene qual’è, e volo. Esprimermi per me è come amare, è parte integrante della mia vita e penso che proprio la mia vita sarebbe qualcosa di meno fondamentale se mi venisse a mancare questa facoltà. La facoltà di esserci e dire la mia, la facoltà di controbattere o gridare a tutti quanti là fuori: “Toh, guarda che ho sbagliato”.
Caspita, mi fan tenerezza quelli che c’invidiano. Anime private di qualcosa che non hanno mai potuto veramente provare, anime con qualcosa in meno. Ma questo l’ho già detto e dato che non siete stupidi, penso che l’abbiate inteso. O perlomeno, con tutto il cuore, lo spero.
Io la penso così, ma c’è perfino chi osa dire che il fulcro, l’apoteosi della vita è l’amore. Superficiali, non vi fermate alle apparenze, quel che non deve mai mancare alla vita è il sesso, perdinci. (Così, cari miei, mi sono messo sul vostro stesso piano).
Ho divagato cari miei, forse poi non così tanto. La risposta mi pare chiara e innuocua, io non ce la farei.
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Ora, sembra che l’ultima frontiera del blogging sia di scrivere post corti e insignificanti per una serie di teorie e assiomi.
E io m’adatto.
[Fonti: eio, blusfumato]
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