Jul
09

Malinconia

Filosofia       Share This    Trackback

Caro lettore, sono stanco e malinconico. Sono appena tornato da una settimana di vacanze dove ho conosciuto un po’ di gente interessante. Però è finita e quello è il brutto. Questo post l’ho scritto dalle 11 a mezzanotte e mezzo, quindi ci potrebbero essere degli errori, ma non curartene. È anche piuttosto lungo e spero che qualcuno lo apprezzi. Magari sarà uno solo, ma mi basta.

***

Come ogni lieta novella, questa storia, la mia storia, degli ultimi giorni, nasce a Rimini. Vacanze si chiamano, ma a me piace non chiamarle vacanze, ma giorni di duro lavoro. Perché in quei giorni li sembra di stare a riposarsi, ma si è sempre occupati, chi per un motivo chi per un altro. C’è chi va al mare, chi si prende il sole in spiaggia, ci sono i ragazzi che prendono il sole coi costumoni giganti a pantaloncini (che metto pure io, tra l’altro) che ti fan venire le gambe di due colori diversi, e chi sta li a vedere quel che succede. Io sono tra questi, certe volte. Il perché non lo sono sempre l’ho già detto. Ci sono stato tanto a guardare, poi mi sono un poco stancato e mi son messo a fare. Ero con Davide, un amico si potrebbe dire, ma è una di quelle persone che non sono parenti miei di primo grado e che io, se gli lanciassero un sasso contro, mi ci butterei davanti. Noi due, ogni volta che si andava a sederci al tavolo, ci puntavamo senza farci notare su un altro tavolino, rosso, dove c’eran sedute tre ragazze e un bambino, noi così le puntavamo, più che altro io, le guardavamo e loro, tante volte, ci scambiavano un mite sguardo. Così s’accennava un sorriso e loro si facevan brillare gli occhi, che come riescono a farlo le donne è un mistero della vita, si facevan brillare gli occhi e noi s’era felici. Era un gioco, a pensarla bene.

Uno di quei giorni li che ci si fissava, c’è stato il fratello di Davide, piccolo pure lui, che s’è fatto amico il bambino con le signorine. E quel giorno li son capitato in piscina, dove si accennavano i primi dialoghi quei due, e anche io mi son fatto amico quel bambino. Sarà stato che io sono più grande di lui e sarà che tutti i maschi ammirano quelli più grandi, sempre, pur cambiandone le motivazioni.

Allora Sabato, il giorno prima che si partisse per il ritorno, è successo che si stava per uscire come tutte le sere prima della discoteca, e abbiam visto quelle ragazze che, come sempre stavano uscendo dalla loro camera. La 300. Così scesi nella hall, dopo poco sono arrivate pure loro. Poi son tornate su, al terzo piano, nella loro camera. La 300. S’è pensato, tutti e due, “guarda queste qui tre, come vogliono farsi vedere”, ma in fondo è tutto un gioco, e stavano giocando a loro modo. È lì che m’è venuta l’ispirazione, ho detto a Davide “via, andiamo su che qualcosa si riesce a fare con quelle li, ci si attacca discorso e ci si passa la serata”. Che imbecilli che siamo m’ha detto, vedi loro, si fanno vedere da noi, dovremmo cadere nella tela, però ad andar su mi sa tanto che si fa noi la figura di quelli che si vogliono far vedere e così si scambia le parti tra uomo e donna, corteggiatore e corteggiata.

Siamo andati su. Ero troppo convinto. Loro erano su delle sedie, nel corridoio, che ci squadravano, pensando di non essere viste. Forse lo sapevano di esser viste, ma comunque era così. Siamo entrati in camera, passandogli davanti. Le abbiamo guardate, riscambiandoci i sorrisini che eran soliti esser scambiati ai tavoli, ma questa volta s’era a poco meno di un metro di distanza. Dentro. In camera, che non sembrava nemmeno una camera per la confusione che c’era, s’è scherzato sul fatto che se le avessimo portate dentro si sarebbero scandalizzate. Dallo schifo. E alla fine, mentre si faceva la conta per chi avrebbe chiesto a quelle ragazze se volessero andare a fare una passeggiata in riva al mare, c’han bussato. C’ha bussato. Ridendo, di disperazione, ovvio, ho aperto, non troppo a dire la verità, e ho visto il bambino del tavolo. Mi sarebbe piaciuto poter dire che son rimasto impassibile, ma non è vero, mi sono sentito imbecille in quel momento, perché lui ci chiedeva se volevamo andare a fare un giro, con lui. E le ragazze. Mi son guardato intorno in quell’attimo e ho visto, che un poco più in la dal bambino, sorrideva una delle ragazze. L’ho guardata, e considerato che non sapevo cosa fare, come sempre l’ho guardata. Questa volta non ho sorriso però. È stato strano, era quasi più imbarazzata lei che me, e io dovevo essere quello più imbarazzato dato che, loro ci avevano addescato e loro ci avevano chiesto di uscire. Sarà stata forse colpa di Francesco, il bambino, che era veramente freddo. Un mito. Così, trovandomi costretto a dir qualcosa, senza neppure sentire il parere di Davide, mi son bagnato le labbra con la lingua, e ho detto di si, ho detto che saremmo andati, ma avevamo bisogno di un minuto per preparare le valige, ché il giorno dopo saremmo dovuti partire.

Siamo usciti, alla fine, la serata è passata bene e ci siamo divertiti. A mezzanotte dovevano rientrare però, così le abbiamo accompagnate. Arrivati alla camera ci siamo messi li fuori ad aspettare che la porta si chiudesse, rimpiangendo quello che non si era riusciti a fare. Poi però s’è visto che la porta non si chiudeva, abbiamo sbirciato e queste qui muovevano la bocca, a dir poco affannosamente, e si sentiva un dialogo piuttosto acceso. Si sono accorte di noi, han chiuso la porta, e io e Davide ci siamo guardati. S’era trovato il momento giusto per far confluire tutti i rimpianti della serata in un accenno di occhi lucidi. Come per piangere. Volevamo piangere, ma si sa che gli uomini non possono piangere. E non si piangeva. La porta, poi si è riaperta. Son venute fuori loro, e come prima ci siamo messi a parlare, di tutto e di niente. Siamo anche entrati in camera nostra con la scusa di mangiare un po’ di marmellata, non per farci qualcosa di strano, ma solo per avere più privacy. Il corridoio non è che sia il massimo della riservatezza, eh. Lì s’era a contatto, stretto, e il nostro rapporto ha subito la stessa sorte, senza mai sbocciare in qualcosa di più di uno sguardo tenero, però. Era come se non si potesse far niente che la madre sarebbe entrata da li a poco. Detto fatto, alle due e mezza, come passa velocemente il tempo in certi momenti, la madre bussa, sempre io ad aprire, era la mamma che diceva che s’era fatto tardi e si doveva andare a letto, o perlomeno, dovevano andare a letto, che era meglio. E ci sono andate, dopo un veloce saluto. Sempre lo stesso sguardo tra me e Davide, che imbecilli che siamo, ci si ripeteva sileziosamente, ognuno per conto proprio.

A quel punto c’è venuto in mente di bussare alla loro porta, mezz’ora dopo, per farle uscire e chiedergli…beh, non si sapeva nemmeno noi, ma non si voleva concludere una serata così bella in quel modo. Abbiamo pure viaggiato per tutto l’albergo per trovare penna e fogletti per scriverci sopra i nostri numeri, casomai si fosse riusciti a farglieli avere. Come sempre, e li quasi mi era venuto a noia, sono stato io a bussare, per poi andarmene con la paura che la madre aprisse. Sono sceso di un piano, rimontato da un’altra rampa di scale ed è successo che ho visto Davide che parlava con queste due, in mutande, e con gli occhi socchiusi. Ci siamo rimessi a parlare. Poi, alla fine, vedendo che le ragazze sembravano molto stufe, o erano molto assonnate, niente più, ma questo noi non si poteva sapere, le abbiamo detto che ci era piaciuta la compagnia e che ci sarebbe piaciuto rivederci, un giorno. Non si sa quando e dove, ma ci piaceva l’idea. E anche a loro piaceva. È successo anche che rientrati in camera, sempre con lo stesso sguardo da falliti, mi arriva un messaggio al cellulare con scritto che alle ragazze sarebbe piaciuto rivederci domattina, e anche se non ne avevano per niente voglia, si sarebbero alzate per la colazione.

Il giorno dopo, siamo rimasti fino alle tre e mezza (di pomeriggio, eh) a chiaccherare, prima ci siamo salutati a colazione, poi dopo son venute anche loro in spiaggia e le abbiamo dato l’addio anche li, poi han deciso di accompagnarci alla macchina. Che gentili. Prima d’andare via i nostri genitori han deciso di mangiare ad un bar, così le abbiamo invitate a mangiare. E alla fine ci siamo salutati, ancora. Ma questa volta era l’ultima.

Fatto sta che io e Davide s’era in macchine diverse, io coi miei e lui con i suoi, e quei momenti mi parevano troppo maliconici. Troppo. Allora mi sono messo a scrivere un messaggio, a quelle ragazze, per ringraziarle di tutto quello che ci han fatto passare, anche se poi, s’è concluso tutto velocemente. Ci saranno stati duemila grazie in quel messaggio e non mi sembravano mai abbastanza. Così son riuscito a parlare un po’ con una di quelle ragazze, mentre ero in macchina. Alla fine, quando avevamo più poco da dirci, sono stato male. Veramente. Mi sono messo anche a dormire, per non pensare a tutto il dolore che avevo in testa. D’un tratto m’è capitato perfino di pensare ad un mio compagno di squadra, che sul banco aveva scritto Panta Rei. Tutto scorre, dovrebbe significare. Solo che più mi convincevo che tutto -inevitabilmente- scorre più stavo male. E sto male anche ora.

Mia nonna mi dice sempre che ogni male, psicologico e fisico, ad un certo punto della vita smette di farsi sentire, la smette di rifarsi vivo. È un bene, in quei momenti, perché non ci pensi più e stai meglio. È un male, in quei momenti, perché non ci pensi e, considerato che il dolore viene sempre da qualche cosa, rischi di sbagliare nuovamente nello stesso modo. È un compromesso che abbiamo dovuto sviluppare, credo. Anche se penso che un dolore rimanga, in qualche strato di subconscio, sempre radicato nell’animo di una persona. Che poi quella persona scelga di compiere lo stesso errore o evitarlo, beh, è un fatto suo.

Mia nonna non sa niente di greco, non è mai stata citata da nessuna parte, nè libri nè canzoni nè banchi scolastici, ma ha capito, indipendente da quel filosofo greco, che tutto scorre. Però mai nessuno col compasso scriverà su un banco quel che diceva. Io però si. E pure mio figlio lo farà, se deciderà di ascoltarmi. E se non mi ascolterà si ritroverà un giorno a scrivere panta rei su un banco citando un filosofo che con lui non aveva niente a che fare, io invece a che fare con mia nonna, beh, ci ho.

***

Tanto per quelli che dicono che Twitter è inutile, questo post è nato da alcuni miei messaggi su quel sito. Magari, se non l’avessi scritti li, questo post non sarebbe mai stato partorito dalla mia fradicia (di pensieri) mente. (Messaggi: 1, 2, 3, 4)

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