Jun
22

Una storiella per finire la giornata

Filosofia       Share This    Trackback

C’era una volta un ometto, uno di quelli che a vederlo non gli daresti neppure una lira, infatti io non gliela avrei data, c’era un ometto che si divertiva, diceva lui, a non pensare. Questo ometto qua, si divertiva a girare per il paese, senza fare niente e sembrava che il suo sguardo, assorto, fosse perennemente puntato nel vuoto. Solo che gli occhi gli giravano, anche lui girava ma gli occhi giravano ugualmente, non si fermavano mai. Era così perso nel vuoto che non gli avresti dato neppure una lira.
Ad un certo punto, presi dalla curiosità, i popolani che vedevano quest’ometto tutti i giorni girare, si decisero a chiedere spiegazioni, un argomento in più per le nostre pettegole, dicevano gli uomini, anche se agli uomini metteva paura. Erano così presi dal voler capire qualcosa di più su quell’ometto che nessuno aveva la benché minima voglia di parlarci, forse per la paura o forse per qualcos’altro, si pensava.
C’era, in un angolino, un ragazzo, che era noto ai popolani per la sua stranezza, le pettegole dicevano che era figlio dell’ometto anche se nessuno sapeva in realtà da chi era venuto fuori. Questo ragazzo, si alzò in piedi e disse: “Io non ho paura”. Stupiti, gli uomini, dopo qualche attimo e qualche occhiata si misero a ridere. “Di che non hai paura?” chiesero al ragazzo incautamente e lui, come se le risate non l’avessero nemmeno riguardato, replico: “Io non ho paura”. Lo presero per pazzo e le voci su di lui che fosse il figlio dell’ometto si fecero sempre più convenienti, tanto che uno se ne uscì, non l’avesse mai fatto, sghignazzando delle parole: “Te, m’è giunta voce che per il tuo comportamento ti chiamano tutti come se tu fossi il figliolo dell’ometto, io son d’accordo, però non si può essere mai sicuri delle cose finché non se ne ha la certezza assoluta, comunque, perché non ci vai te a parlare con l’ometto, tanto te non hai paura. Dico bene?” Non l’avesse mai fatto. Il ragazzo se ne uscì dalla sala, accennando un sorriso, diretto verso la casa dell’ometto, quello tutto strano.
Apparve di soppiatto l’uscio e un ometto, l’ometto, ancora prima che il ragazzo potesse bussare, gli aprì. I due si guardarono, gli occhi parevano occhi di due che si conoscono già da un pezzo e il ragazzo entrò.
Quando tornò al villaggio, il ragazzo fu accolto da stupore, unito ad un poco di terrore, come era normale aspettarsi. Non era da tutti infatti avere il coraggio di parlare con l’ometto, ammesso che ci avesse parlato. I popolani più, la crema, per intenderci, quelli che facevano gli snob e comandavano pure, provarono a parlare col ragazzo, ma dopo qualche momento di indecisione cominciarono a sbeffeggiarlo. Il ragazzo non parlava più. Disse solo delle cose che non tutti riuscirono a capire, ma più o meno era queste: “Bisogna darsi da fare, per potersi dire vivi. Solo allora capirete il perché del mio comportamento, perché non parlo.” Sembrava un rebus. Sembrava che il ragazzo, accortosi di quanto erano faciloni i popolani, volesse divertirsi prendendoli, senza tanti fronzoli, in giro.
Così, all’inizio le parole del ragazzo non destarono niente nelle menti dei popolani, ma poco a poco essi cominciarono a pensarci su e chi scrivendo, chi disegnando, chi componendo, seguirono il consiglio, se così si può chiamare, del ragazzo. C’erano anche i facoltosi, che stavano tutto il giorno a disegnare e a scrivere e a comporre su quel che disegnavano e scrivevano.
Passavano i giorni, le settimane, i mesi, i giorni e anche qualche anno.
Stancati, considerato che facevano tanto e non gli tornava indietro niente, i popolani smisero di fare. Smisero di scrivere. Smisero di disegnare. Smisero di comporre. Anche i più facoltosi, quelli che disegnavano scrivevano e componevano su quel che disegnavano e scrivevano smisero di far tutto. Presi dall’angoscia, alcuni cominciarono a piangere, altri si disperavano, i più forti trattenevano le lacrime, ma tutti, in fondo, soffrivano. Soffrivano perché non avevano concluso nulla, mentre il ragazzo come l’ometto era strano, ma felice. Loro, erano normali, ma tristi.
D’un tratto, uno smise di arrovellarsi il cervello, smise di pensare si può dire. Qualche attimo, si guardò intorno, rivide il ragazzo e l’ometto e si uni a loro, che aveva capito perché eran così felici, e l’aveva capito senza pensare, senza scrivere disegnare comporre o altro. Gli era venuto in mente, così, senza fare nulla. Ma gli era venuto in mente, era quello l’importante.

***

Questa storiella l’ho scritta io, mi piace, anche se temo che non tutti la possano capire. O perlomeno, solo in pochi la capiranno come voglio che sia capita e magari non sono nemmeno tra i più intelligenti tra quelli che l’han letta.  Quindi, se non ti è piaciuta, o non ti ha dato nulla, non ti crucciare, offendimi pure ma non chiedermi di spiegartela: il linguaggio è un mezzo complesso, ma non completo. E non mi permetterebbe di spiegarti questa storia. Un consiglio, però, te lo posso dare. Dopo aver letto la storia, prendi una sedia e mettiti in un posto tranquillo, non occorre che ci sia il silenzio assoluto ma nessuno deve chiamarti. Libera la mente, fissati su qualcosa e lasciati andare. Stacci un po’ e vedi se in quei momenti la storia la capisci. Se non la capisci, fa niente, torna in casa, rimetti la sedia a posto e goditi la tua vita. Si vive anche senza capire questa storia, perdinci.

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